Veneto Contemporanea, V edizione

Con il sostegno di Fondazione Cariparo

In un’epoca in cui l’umanesimo tramonta e gli umanoidi avanzano, sopravvive ancora il concetto d’arte rivoluzionaria teorizzato da Richard Wagner? In altre parole l’arte, nel 2025, può ancora incidere sulla società e rappresentare, al limite, una possibile forma d’eversione? Dipende a quale arte e società ci riferiamo, direbbe Boulez, e noi con lui. In effetti le nuove strutture del potere, il controllo della comunicazione, l’asservimento delle masse ai consumi, rendono forse vana l’idea di cambiare il mondo e la società attraverso l’espressione artistica, artigianale o tecnologica che essa sia. Nell’ambito musicale, il mondo si presenta assai diverso da quello in cui Luigi Nono componeva la sua tragedia dell’ascolto, il Prometeo, che OPV ha celebrato nel 2024 tornando alla Biennale di Venezia dopo quattro anni di esilio forzato. Con lnori di Stockhausen, 20 nuovi dischi di musica italiana, alcuni premi internazionali, 30 puntate di trasmissioni televisive inesorabili su Rai5, l’Orchestra di Padova e del Veneto s’è ritagliata una storia del tutto originale e un posto speciale nella cultura musicale italiana, acquisendo una coscienza artistica inedita proprio attraverso l’esperienza musicale del repertorio contemporaneo (una dote tanto offerta quanto sofferta). D’altra parte è ideologico sostenere che la musica di ricerca sia troppo difficile per le masse perché o si considera limitata l’intelligenza delle stesse o si rovesciano i termini del problema: se ci sono orizzonti culturali limitati, ciò non si può additare alla complessità del linguaggio quanto piuttosto alla non sufficiente curiosità di esplorarlo.

Con questa premessa ci volgiamo ora alla quinta edizione di Veneto contemporanea, un’edizione senza titolo che resta tuttavia sulle barricate per i contenuti musicali controcorrente, potremmo anche dire inattuali, e per la sfrontatezza del taglio programmatico, incurante tanto del presente quanto del compiacere le masse.

I quattro appuntamenti si presentano nel consueto taglio trasversale di un’archeologia della musica contemporanea (avviata idealmente quasi dieci anni fa con Mozart a 9 anni di Sciarrino). L’illusione di un avvenire si tramuta dunque nella riconversione estetica di quell’illusione a partire dal centenario di Luciano Berio, compositore che inventa il post-modernismo musicale usando relitti sonori affacciati su un passato irraggiungibile: Monteverdi, Bach, Mozart, Schubert, su su fino a Puccini e Kurt Weill. Agli antipodi dell’imbalsamazione filologico-museale, ma senza perdere il rigore della ricostruzione documentaria, Berio ci ha insegnato come ripensare i ruderi della modernità secondo una cifra creativa inesauribile quanto sconcertante (avevo a suo tempo evidenziato la carica polimorfa della sua musica inserendo una citazione della sua Sequenza per arpa sola nell’Orfeo ed Euridice di Gluck, quando la rottura della lira di Orfeo innescava un ponte drammatico con la modernità).

Nelle meditazioni sul vuoto per presentare in vain scrivo (l’iniziale del titolo è con la i minuscola anche se sembrerà sempre un errore!): “L’universo sonoro di in vain si espande e contrae intorno all’ascoltatore che diventa soggettivamente protagonista in quanto non si trova più di fronte a una scena di eventi ma all’interno di un misterioso labirinto percettivo. Questo brano, spettralista e microtonale, coniuga infatti le componenti armoniche dei suoni con lo coscienza dei musicisti e del pubblico: tempo e spazio finiscono inghiottiti, dissolti attraverso diverse gradazioni timbriche che, nella situazione media di un concerto, conducono a una variazione della soglia d’attenzione sia in senso visivo che acustico”.

C’è chi ha letto in questa perdita di luce e orientamento un’allusione del compositore all’avvento dell’estrema Destra in Austria, avvenuta contemporaneamente alla genesi della composizione: se da un lato musica e politica non si troverebbero qui connessi per la prima volta, di certo l’idea di proporre questo lavoro è stata indotta dalla reazione a un allarme globale, quello paventato dalla Russia nel tagliare il gas all’Europa lasciandoci al buio in caso d’appoggio bellico all’Ucraina, uno spettro minaccioso che aleggia ormai da qualche anno.

All’estremo opposto si pone il post-modernismo di Luca Mosca, un compositore decostruttivista che ha attraversato diverse stagioni della musica nuova italiana e che in un ciclo per voce e orchestra, dal titolo quasi disarmante di Prima Sinfonia, ripercorre luoghi poetici del Novecento inglese creando un teatro strumentale virtuosistico e surreale, un non-luogo in cui la parola e il suono diventano veicolo di avventure spericolate, divertenti e imprevedibili (una logica compositiva tutt’altro che disimpegnata se pensiamo che la sua opera Mr. Me, aveva suscitato non poco clamore nel 2003 per le allusioni satiriche all’attualità italiana).

In un’epoca di restauri sonori come il Novecento, di citazioni occulte e omaggi decadenti, spicca la reinvenzione monteverdiana di Luigi Dallapiccola da ll ritorno di Ulisse in patria: dopo ll prigioniero, già presente nella nostra stagione sinfonica per i cinquant’anni dalla morte, torna la tentazione dell’origine, il fascino dell’oggetto sonoro non più riproducibile che il compositore istriano-fiorentino, 300 anni dopo Monteverdi ripercorre in pieno secondo conflitto mondiale (1642-1942), rievocando il classicismo greco, l’eterno ritorno celebrato diversi anni prima dalla pittura di Giorgio de Chirico. Una partitura concepita nello stesso periodo delle Liriche greche, tra le prime composizioni dodecafoniche italiane su testi di Saffo, Alceo e Anacreonte. D’altra parte ricordate la stagione Voci d’Orfeo? Il titolo proveniva dal primo stasimo del Prometeo di Nono con un’allusione visionaria a una possibile ricaduta del mito nei giorni nostri: né incantamento tracio, né voce di Orfeo, né rimedio di Febo, né sanguinante offerta, né statua, né altare la placa…

[Marco Angius], gennaio 2025

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